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giovedì 11 febbraio 2021

Classica chiacchierata #2, Anna Karenina

Classica chiacchierata #2

Anna Karenina

Quando ho iniziato Anna Karenina avevo già di base altissime aspettative, ma non credevo che leggendolo le avrebbe soddisfatte e anche superate: ciò a cui mi sono approcciata, usando poche parole per descrivere questo grande pezzo di letteratura, ho scoperto essere un romanzo sulla vita e IL romanzo di tutti i romanzi. Probabilmente in futuro troverò altri libri che sapranno eguagliare la grandezza di questa storia, ma per ora rimane indiscussa opera d'arte che eclissa quasi tutti i romanzi che ho letto in precedenza.
Sicuramente, se non è possibile paragonare i romanzi contemporanei ad un classico, Anna Karenina spicca su tutti gli altri romanzi dei secoli precedenti e, per le tematiche e per come Tolstoj le argomenta, si dimostra particolarmente attuale, senza tempo. Anche se alcune dinamiche adattate ai giorni nostri sono sicuramente anacronistiche, per sommi capi il tutto si adatta ed è solo grazie alle doti dello scrittore che non solo ci fa un ritratto ottimo della società borghese russa del tempo, ma sa, col suo stile magistrale, incantare il lettore e renderlo partecipe della vita di questi uomini e donne che durante il corso della storia non solo hanno articolate riflessioni sulla vita e la realtà che li circonda, ma riescono, se non tutti alcuni, ad arrivare ad un punto in cui riescono a distendere i nodi problematici sulla loro esistenza.

giovedì 26 marzo 2020

Recensione: "La campana di vetro, Sylvia Plath"

Recensione: "La campana di vetro, Sylvia Plath"

Edizione: Mondadori, 2017
Note sull'autrice: Poetessa statunitense. Dopo gli studi universitari allo Smith College, ottenne una borsa di studio in Inghilterra dove conobbe il poeta Ted Hughes, che sposò nel 1956. Le durezze della vita domestica e lo scarto tra la prigionia della condizione femminile e l'ardore della ispirazione poetica le si rivelarono presto insopportabili. Morì suicida a soli 31 anni. Al momento della morte aveva già pubblicato la raccolta "Il colosso" (1960) e il romanzo autobiografico "La campana di vetro" (1963). Ma il meglio della sua produzione, raccolto dopo la morte a cura del marito nel volume "Ariel" (1965), in "Alberi invernali" (1971) e "Attraversando l'acqua" (1971), appartiene al periodo estremo e più solitario della sua vita.Assurse a simbolo di tutte le rivendicazioni femministe.

Trama: Brillante studentessa di provincia vincitrice del soggiorno offerto da una rivista di moda, a New York Esther si sente «come un cavallo da corsa in un mondo senza piste». Intorno a lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta: una vera e propria campana di vetro che nel proteggerla le toglie a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock. Fortemente autobiografico, La campana di vetro narra con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, gli assurdi tabù che spezzano un'adolescenza presa nell'ingranaggio stritolante della normalità che ignora la poesia. Include sei poesie da "Ariel".

Recensione: dopo pochi capitoli de "La campana di vetro", ho realizzato di trovarmi dinanzi ad un libro che sarebbe potuto entrare tranquillamente a far parte dei miei preferiti di sempre. Purtroppo non è successo, ma la colpa non è né del libro né tantomeno della sua fenomenale autrice, ma solo mia.
Sylvia è entrata nel mio cuore come pochi autori hanno fatto, col suo stile pulito e diretto, che è una caratteristica comune a molti autori americani, è riuscita a raccontarmi una storia, la sua, condendola di tutti i suoi pensieri e le sue sensazioni circa la vita e la società che la circondava, dalla quale lei si sentiva così tanto distante. Mi sono sentita così vicina alla protagonista circa molte delle sue riflessioni e opinioni che posso affermare che per me leggere i pensieri di Sylvia è come guardarsi allo specchio.

I fatti che avvengono nel romanzo non sono altro che il veicolo che Sylvia, in particolare all'interno della storia Esther, usa per riflettere su se stessa: nonostante i numerosi riconoscimenti avuti durante tutta la sua vita grazie agli studi e alle sue capacità, il personaggio è costantemente malinconico e non fa che svalutare se stessa dando importanza alle cose che non sa fare, piuttosto che a quelle che l'hanno portata ad avere risultati soddisfacenti ed importanti.
Ci sono momenti in cui fa un lungo elenco delle cose che non sa fare esprimendo un forte sentimento di inadeguatezza che permea durante tutto il romanzo.

Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi, o come un campione di calcio dell'università che si trova tutt'a un tratto di fronte a Wall Street e al doppiopetto grigio, i suoi giorni di gloria ridotti alle dimensioni di una piccola coppa d'oro sulla mensola, con su incisa una data, come una lapide di cimitero.

lunedì 6 maggio 2019

Recensione film: Into the wild

Recensione film: Into the wild

Formato: colore
Anno: 2007
Regista: Sean Penn
Casa di produzione: Paramount Vantage, River Road Films, Art Linson Productions
Durata: 148 min
Genere: avventura, biografico, drammatico
Soggetto: dal romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakauer
Interpreti:
  • Emile Hirsch: Christopher McCandless
  • William Hurt: Walt McCandless
  • Marcia Gay Harden: Billie McCandless
  • Jena Malone: Carine McCandless
  • Hal Holbrook: Ron Franz
  • Catherine Keener: Jan Burres
  • Brian H. Dierker: Rainey
  • Kristen Stewart: Tracy Tatro
  • Vince Vaughn: Wayne Westerberg
  • Zach Galifianakis: KevinMichael Keaton: Riggan Thomson
Musiche: Eddie Vedder, Michael Brook, Kaki King

Trama: Christopher McCandless è un ragazzo americano benestante che, subito dopo la laurea in scienze sociali all'Università Emory nel 1990, decide di donare all'Oxfam il denaro che i suoi genitori gli avevano fornito per continuare gli studi e di abbandonare amici e famiglia per sfuggire ad una società consumista e capitalista nella quale non riesce più a vivere. La sua inquietudine, in parte dovuta al cattivo rapporto con la famiglia e in parte alle letture di autori anticonformisti come Thoreaue London, lo porta a viaggiare a piedi per due anni negli Stati Uniti e nel Messico del nord, sotto lo pseudonimo di Alexander Supertramp.
Durante il suo lungo viaggio verso l'Alaska incontrerà sulla sua strada diversi personaggi: Jan e Rainey, una coppia hippie, Wayne Westerberg, un giovane trebbiatore del Dakota del Sud, Tracy, una giovane cantautrice hippie, e Ron, un anziano veterano scontroso chiuso nei suoi ricordi; tutti personaggi a cui cambierà la vita con il suo messaggio di libertà e amore fraterno e dai quali riceverà la formazione necessaria per affrontare le immense terre dell'Alaska.

Recensione: Diretto da Sean Penn, è uno dei film con la migliore fotografia che abbia mai visto. Il film è biografico e ripercorre la vita di Christopher McCandless che, una volta laureatosi, decide di abbandonare la sua vita abitudinaria e viaggiare per l'America alla riscoperta di se stesso e di una vita che quasi nessuno ha il coraggio d'intraprendere.
Dopo un po' di vagabondaggio, Christopher, o meglio, Alexander, decide la sua meta: l'Alaska, un territorio incontaminato dove potrà assaporare la libertà delle terre estreme.

Questo è un film per lo più visivo, come accennavo all'inizio, grazie alla fotografia e alle riprese che la fanno da padrona insieme all'immenso spazio dato alle riflessioni e alle citazioni, piuttosto che ai dialoghi: il che è anche il senso del film e della vita che Alex vuole vivere. Una vita che rifiuta di conformarsi ai dettami della società, alle regole e ai pregiudizi che sin da piccoli ci vengono imposti e che accettiamo senza consapevolezza di ciò che ci viene, in un certo senso, tolto.
Quello che viene a mancarci sono le esperienze che arricchiscono il vissuto, il rapporto con la natura e con la parte più intima di noi stessi che spesso ignoriamo per conformarci.
Christopher comincia invece a maturare la consapevolezza tramite le sue letture e soprattutto tramite il desiderio di non diventare come i suoi genitori, che invece sono il perfetto emblema della società: una coppia apparentemente perfetta, di sani principi, con una bella casa e un buon lavoro e che possono vantarsi di tutto questo. Un velo d'ipocrisia riveste la vita del protagonista, le cui decisioni drastiche possono considerarsi una diretta conseguenza.

lunedì 15 aprile 2019

#SeriesTalk: L'amica geniale, tetralogia

#SeriesTalk: L'amica geniale, tetralogia

Dunque sono giunta alla fine.
Quando arrivi al termine di una saga sembra sempre di aver terminato un lungo viaggio, a maggior ragione se ti è piaciuta e ha occupato la maggior parte delle tue giornate.
La tetralogia della Ferrante è stato questo, un bel viaggio, con alcuni alti e bassi, ma con un finale meraviglioso quanto straziante. Sin dal primo libro mi aspettavo una conclusione non molto piacevole, ma questa... Era inaspettata.
Sono passati pochissimi giorni da quando ho terminato l'ultimo libro e ancora ci penso. Non sono riuscita a versare una sola lacrima, è stato strano perché mi sentivo sconvolta, il vuoto che mi hanno lasciato le ultime pagine è stato difficile da affrontare.


Questa storia costruisce e poi smonta, come con dei mattoncini si ricompone, pone delle basi per poi distruggerle nuovamente. Questo è un po' il concetto della smarginatura dopotutto, la definizione rigorosa sarebbe quella del taglio dei margini, a volte si fa con le stoffe, quest'ultima ne rende più palpabile il senso che invece Lila dà a questa parola.
Disse che i contorni di cose e persone erano delicati, che si spezzavano come il filo del cotone. Mormorò che per lei era così da sempre, una cosa si smarginava e pioveva su un'altra, era tutto uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi. Esclamò che aveva dovuto sempre faticare per convincersi che la vita aveva margini robusti, perché sapeva fin da piccola che non era così, e perciò della loro resistenza a urti e spintoni non riusciva a fidarsi.
Storia della bambina perduta, vecchiaia.

giovedì 14 febbraio 2019

Recensione: "La musa degli incubi, Laini Taylor"

Recensione: "La musa degli incubi, Laini Taylor"


Edizione: Fazi, Collana "Laini ya"
Note sull'autrice: Laini Taylor e' una scrittrice americana nata a Chico, California l'11 Dicembre 1971. Ha passato l'infanzia tra Hawaii, Italia, Belgio, Virginia e California, diplomandosi alla Fountain Valley High School in California. Si e' laureata alla UC Berkeley in Letteratura Inglese nel 1994. Ha poi frequentato per alcuni mesi il California College of Arts & Crafts studiando illustrazione. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura ha lavorato come libraia, cameriera e disegnatrice. Ha sempre desiderato, fin da piccola, diventare una scrittrice, ma quando pubblico' il suo primo libro, Dreamdark: Blackbringer, nel 2007, aveva gia' 35 anni. Il seguito di questo, Dreamdark: Silksinger, usci' nel 2009 e vinse il Cybil Award.
Comunque e' meglio conosciuta per la serie young adult fantasy Daughter of Smoke and Bone, il cui primo libro, La Chimera di Praga, e' uscito nel 2011. Vive ora a Portland, Oregon con il marito Jim e la figlia Clementine Pie. (si ringrazia il forum My fantasy Ebook)

Trama: La peggiore paura degli abitanti di Pianto si è concretizzata: nella minacciosa fortezza di mesarzio i figli degli dèi sono ancora vivi. Sarai è diventata un fantasma, mentre il Sognatore ha appena scoperto di essere lui stesso un dio dalla pelle blu, l'unico capace di fronteggiare l'oscura Minya, animata dall'implacabile desiderio di vendetta nei confronti degli umani che massacrarono la sua gente. Lazlo si troverà di fronte alla più impensabile delle scelte: salvare la donna che ama oppure tutti gli altri. Ma inquietanti misteri dimenticati chiedono di essere risolti: da dove sono arrivati, veramente, i Mesarthim, e cosa ne è stato di tutti i bambini nati nella fortezza durante il dominio di Skathis? Quando i portali dimenticati si apriranno di nuovo, mondi lontani diventeranno pericolosamente vicini e un inatteso, potente nemico arriverà deciso a spazzare via le fragili speranze di tutti, dèi e umani. Sarai, la Musa degli Incubi, conoscitrice di ogni genere di paura fin da quando aveva sei anni, sarà costretta ad affrontare orrori che neanche immaginava e ad andare oltre i suoi stessi limiti: l'esperienza le ha insegnato che l'odio e il terrore sono sentimenti facili da provocare. Ma come si fa a rovesciare l'odio, a disinnescare la vendetta? È possibile salvare i mostri, piuttosto che annientarli? In questo seguito de "Il Sognatore" va in scena lo scontro tra distruzione e salvezza.

Recensione: Quando finisce una serie, lunga o corta che sia, è sempre un enorme dispiacere se è stata di mio gradimento, terminare questa è stato da una parte soddisfacente, per come si sono evolute le vicende, da un'altra sconsolata perché composta da solo due libri e non so se in futuro verrà pubblicato qualcos'altro su questa splendida storia.
Nelle prime pagine l'autrice ci presenta un ambiente decisamente diverso da quello che conosciamo, un'isola con una non ben chiara collocazione e due ragazze vittime del patriarcato, che capiamo subito essere sicuramente più di quello che appaiono e che, chissà, potrebbero essere collegate alla storia principale.

giovedì 13 dicembre 2018

Recensione: "Fame, Roxane Gay"

"Recensione: Fame, Roxane Gay"

Edizione: Einaudi, 2018
Note sull'autrice: Roxane Gay (Omaha, Nebraska, 1974) è una scrittrice, attivista e accademica tra le piú rilevanti del panorama attuale. Editorialista de «The New York Times» e «The Guardian» è autrice della raccolta di saggi Bad Feminist, del romanzo Untamed State e dei racconti Difficult Women. Fame, il suo ultimo saggio autobiografico, ha infiammato critica e pubblico, scalando da subito le classifiche americane.

Trama: In principio è il candore dei dodici anni. Quando pensi che nessuno a cui vuoi bene possa farti del male. Poi succede l'impensabile. Un atto di violenza feroce. E Roxane, annientata dalla vergogna, incapace di parlare o chiedere aiuto, comincia a mangiare, mangiare, mangiare. A barricarsi in un corpo che diventa ogni giorno piú inespugnabile dagli sguardi maschili, una fortezza dove nessuno sarà piú capace di raggiungerla. Quella di Roxane Gay è la storia di un desiderio insaziabile, di battaglie sempre perse contro un corpo ammutinato, di una lotta contro una cultura che spinge le donne a odiarsi se non corrispondono alle aspettative. Ma la fame di Roxane Gay è anche il motore della sua fenomenale spinta creativa e della sua sulfurea personalità. Oggi è un'intellettuale, attivista e scrittrice, una delle voci piú rispettate della sua generazione. Soprattutto una donna che ha trovato le parole per raccontare la propria storia.

Recensione: Probabilmente non avevo mai letto in vita mia una biografia, come primo approccio al genere però "Fame" è un libro degno di segnare questo "svezzamento".
Ci troviamo davanti ad un libro che è entrato a far parte dei miei preferiti di sempre, una piacevolissima scoperta che si è aggiunta alle altre di quest'anno che, devo ammettere, si sta rivelando un anno abbastanza proficuo dal punto di vista delle letture più che buone.
Ho collezionato fino ad ora titoli più o meno emozionanti, e mai mi sarei immaginata che proprio questo sarebbe stato uno di quelli che mi avrebbe segnata maggiormente.

Non do facilmente ad un libro la valutazione maggiore esistente, è rarissimo poiché sento di dare quelle 5 stelline su cinque solo ed esclusivamente a quei libri che meritano, che sono senza alcun dubbio, per l'appunto, i miei preferiti di sempre.
Non so se riuscirò a rendere giustizia a questo libro tramite questa recensione, ma ci proverò perché voglio assolutamente parlarvi di questa biografia e rimando da troppo tempo.
Tutto è partito da un semplice bisogno, dovevo trovare un libro da mettere in palio per il mio primo Giveaway su Instagram (un social che mi è diventato ormai indispensabile ultimamente, venitemi a trovare!!) e, tra i vari libri che avevo in wishlist da un po' e che sembravano molto accattivanti, spunta Fame: scritto da un'attiva e fervente femminista, parla non proprio della sua vita, quanto della vita del suo corpo.
Ci tiene a precisare sin dalle prime righe che questo non è un libro che parla della sua storia, è uno che parla del suo corpo: una biografia dell'involucro che la contiene.

venerdì 2 novembre 2018

Recensione "Il sognatore, Laini Taylor"

Recensione "Il sognatore, Laini Taylor"


Edizione: Fazi, Collana "Laini ya"
Note sull'autrice: Laini Taylor e' una scrittrice americana nata a Chico, California l'11 Dicembre 1971. Ha passato l'infanzia tra Hawaii, Italia, Belgio, Virginia e California, diplomandosi alla Fountain Valley High School in California. Si e' laureata alla UC Berkeley in Letteratura Inglese nel 1994. Ha poi frequentato per alcuni mesi il California College of Arts & Crafts studiando illustrazione. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura ha lavorato come libraia, cameriera e disegnatrice. Ha sempre desiderato, fin da piccola, diventare una scrittrice, ma quando pubblico' il suo primo libro, Dreamdark: Blackbringer, nel 2007, aveva gia' 35 anni. Il seguito di questo, Dreamdark: Silksinger, usci' nel 2009 e vinse il Cybil Award.
Comunque e' meglio conosciuta per la serie young adult fantasy Daughter of Smoke and Bone, il cui primo libro, La Chimera di Praga, e' uscito nel 2011. Vive ora a Portland, Oregon con il marito Jim e la figlia Clementine Pie.  (si ringrazia il forum My fantasy Ebook)

Trama: È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente.certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un'esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell'oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo? I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un'ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l'opportunità di vivere un'avventura dalle premesse straordinarie.

Recensione: Non leggevo un fantasy da quando ho terminato la saga di Harry Potter e non mi aspettavo che il primo libro fantasy che ho letto successivamente alla mia saga del cuore sarebbe stato così soddisfacente.
Questo romanzo ha un incipit favoloso e la scrittrice è capace di trasportare totalmente il lettore nel mondo della storia, che, più che altro, risulta essere una splendida favola.
Il protagonista, Lazlo Strange, è un trovatello e il fatto di non avere origini diventa una sua caratteristica indelebile, un marchio impresso sulla sua pelle: Strange infatti in inglese significa “straniero”, di lui non si sanno le sue origini, per cui non ha genitori da compiangere o tristi storie d’abbandono.
Trovato in un carretto come tanti altri bambini, non ha nulla di speciale, l’unica particolarità che i monaci, con cui cresce, tendono a ricordarsi era che appariva di un colorito grigio e non emetteva alcun lamento.

mercoledì 26 settembre 2018

Recensione: "Divorare il cielo, Paolo Giordano"

Recensione: Divorare il cielo, Paolo Giordano

Edizione: Einaudi - Supercoralli, 2018
Note autore: Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. È autore di quattro romanzi: La solitudine dei numeri primi (Mondadori 2008, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima), Il corpo umano (Mondadori 2012), Il nero e l'argento (Einaudi 2014) e Divorare il cielo (Einaudi 2018). Ha scritto per il teatro (Galois e Fine pena: ora) e collabora con il «Corriere della Sera».

Trama: La prima volta che Teresa li vede stanno facendo il bagno in piscina, nudi, di nascosto. Lei li spia dalla finestra. Le sembrano liberi e selvaggi. Sono tre intrusi, dice suo padre. O tre ragazzi e basta, proprio come lei. Bern. Tommaso. Nicola. E Teresa che li segue, li studia, li aspetta. Teresa che si innamora di Bern. In lui c'è un'inquietudine che lei non conosce, la nostalgia per un'idea assoluta in cui credere: la religione, la natura, un figlio. Sono uno strano gruppo di randagi, fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole, carichi di nostalgia per quello che non hanno mai avuto. Il corpo li guida e li stravolge: la passione, la fatica, le strade tortuose e semplici del desiderio. Il corpo è il veicolo fragile e forte della loro violenta aspirazione al cielo. E la campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent'anni, quattro vite, un amore. Coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l'altro, fino a quando Teresa rimarrà la sola a farlo. Perché il giro delle stagioni è un potente ciclo esistenziale, e la masseria il centro esatto del mondo.

Recensione: Non credevo avrei mai letto di nuovo un libro di Giordano. Però è accaduto ancora e, non me l'aspettavo, mi è piaciuto.
Non avevo alcuna intenzione di leggere questo libro nonostante quasi tutti ne parlassero benissimo, tuttavia la mia migliore amica, tornata dalle vacanze, mi dice di aver letto questo libro, un po' controverso, ambientato in Puglia, di Paolo Giordano... Ah, è per caso:"Divorare il cielo"?
Coincidenza o destino, la mia amica me lo presta perché non vede l'ora di parlarne con me (devo ancora restituirglielo per la cronaca, voglio pubblicamente dirle e quindi affermare che il suo libro è integro e aspetto che scenda per ridarglielo).
Appena finito, ci ho messo due settimane per leggerlo, ci siamo confrontate ed eravamo d'accordo su praticamente tutti i punti su cui abbiamo discusso.

domenica 20 maggio 2018

Recensione "Ready Player One, Ernest Cline"

Recensione "Ready Player One, Ernest Cline"

Edizione: DeA pianeta libri, 2017
Note sull'autore: Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972) è uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Ha svolto a lungo mansioni sottopagate nel settore informatico in modo da avere molto tempo da dedicare alle sue reali passioni, ovvero internet e la cultura pop.
Nel giugno 2010 Cline ha pubblicato il suo primo romanzo, Player One. Da questo libro è stato tratto il film per la regia di Steven Spielberg.
Nel 2015 è stato pubblicato Armada, secondo romanzo di Cline.

Trama: Wade è un diciottenne solitario, sovrappeso e nerd fino al midollo: non c’è film, gioco di ruolo o videogame di oggi o di ieri che non conosca come le sue tasche. Orfano dei genitori in un 2045 devastato dalla crisi ambientale e dalle diseguaglianze sociali, vive con la zia all’ultimo piano di un bizzarro, fatiscente trailer park verticale. L’unica fonte di evasione, per lui e per gli altri miliardi di persone che popolano il pianeta ferito, è Oasis, lo sterminato universo virtuale a cui si accede grazie a un visore e un paio di guanti aptici. Quando il creatore e proprietario di Oasis, James Halliday, noto cultore e nostalgico degli “innocenti” anni Ottanta, muore, per Wade è l’occasione di riscatto: chi meglio di lui può sperare di risolvere la serie di enigmi che Halliday ha nascosto all’interno dei mitici videogiochi della sua infanzia? Ma la I.O.I., multinazionale potente e spregiudicata, non ha alcuna intenzione di vedersi surclassata da uno sprovveduto qualunque, e, pur di mettere le mani su Oasis, si prepara a giocare una partita che più sporca e disonesta non si può. Acclamato come il primo, formidabile romanzo dell’Era digitale, Ready Player One è un vero e proprio trionfo dell’immaginazione – capace di intrattenere, stupire, emozionare ogni lettore, ma anche di farci riflettere sul futuro a cui andiamo incontro.

Recensione: L'unica ragione che mi ha dato la spinta più "sostanziosa" a leggere questo libro è stato il film tratto, appunto, da questo romanzo e diretto da Spielberg. Ne avevo sentito parlare però da Erika, di Diaryofabibliophile e da quel momento era a marcire nella mia wishlist.
Ragione più che sufficiente per leggere un libro che partiva con le più alte premesse: storia avvincente, bei valori proposti, personaggi credibili e mondo distopico.
Sono tremendamente soddisfatta di aver deciso di intraprendere la lettura di Ready Player One: era da tanto che un libro non mi teneva incollata alle pagine come ha fatto questo, e, quando ho dovuto dare una valutazione su Goodreads, per la prima volta dopo, appunto, tanto tempo, non ci ho pensato due volte e l'ho promosso a pieni voti.

domenica 22 aprile 2018

#SeriesTalk: Una serie di sfortunati eventi

#SeriesTalk: Una serie di sfortunati eventi


Tanti post in programma e così poco tempo per scriverli. Colgo l'attimo e comincio a scrivere quello che si concentra su di una mia recentissima maratona su Netflix, in più "lancio" una nuova rubrica che ho deciso avrà cadenza casuale e in cui parlerò a scelta di una serie TV e/o saga di libri di cui vorrei tanto parlarvi.
Serie in esame di questo post sarà, come anticipo nel titolo, Una serie di sfortunati eventi, ormai popolarissima serie Netflix basata sulla serie di libri omonimi di Lemony Snicket che io, tra parentesi, non ho letto.
Tengo a precisare, quindi, che non farò alcun discorso basato sulle differenze coi libri, questa sarà un semplice "recensione" (per lo più commento visto che non ho una preparazione abbastanza approfondita di cinema per scendere nei particolari tecnici) dove vi spiego perché mi è piaciuta e soprattutto i motivi per i quali molti aspetti sono oggettivamente ben fatti.

venerdì 2 marzo 2018

Recensione "Le assaggiatrici, Rossella Postorino"

Recensione "Le assaggiatrici, Rossella Postorino"

Edizione: Feltrinelli, 2018
Note sull'autrice: Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell'antologia Ragazze che dovresti conoscere(Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici(Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).

Trama: "Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame." Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

Recensione: Ho terminato questo libro abbastanza faticosamente, non per colpa di quest'ultimo, fortunatamente, nonostante comunque il ritmo s'imponga come primo elemento da trattare nella mia recensione, a quanto pare.
Non procede spedito, ma dobbiamo anche capire in che anno ci troviamo per non ricadere in una critica inutile: le vicende avvengono tra il '44 e il '45, la guerra ormai è quasi finita, ma solo noi lettori possiamo saperlo. Ci troviamo in Germania e Rosa, a casa dei suoi suoceri, sta solo aspettando che suo marito torni dal fronte per riabbracciarla e tornare finalmente a Berlino: purtroppo però, non per sua volontà, riceve un incarico speciale, uno che non aveva mai chiesto di compiere ma che a suo malgrado, deve e che le cambierà la vita radicalmente.
Assaggiatrice ufficiale di Hitler: Rosa rischierà di morire per tutta la durata della permanenza del Führer a Gross-Partsch.

Come potete immaginare non è un romanzo semplice da articolare e tenere in piedi, però io ritengo che l'autrice ci sia riuscita. Il ritmo è adeguato al tipo di narrazione che si affronta: Rosa viene pagata per rischiare di morire, o ancora meglio, per morire al posto di un'altra persona che, chi dice abbia più valore di lei?
Il romanzo è quello che io definirei introspettivo, e qui tutti gli onori ad un libro che riesce pienamente sotto questo aspetto: Rosa è un personaggio approfondito, coerente e umano. In realtà tutti i personaggi sono ben delineati e completi, anche se qualcuno ci appare un po' più criptico, non viene assolutamente lasciato al caso, nel suo insieme l'alone di mistero ha un senso.

Torno a concentrarmi sull'aspetto introspettivo del romanzo che, credo, sia la parte più importante. Avevo paura che il libro diventasse troppo pesante o, prima di iniziarlo, temevo fosse troppo riduttivo o superficiale: la nostra protagonista, nonostante un compito difficile, il segreto che deve mantenere e le continue pressioni che riceve da parte non solo dei superiori ma anche dalle sue compagne, che la percepiscono come un "outlander", quasi un nemico, deve anche digerire la notizia della sparizione di suo marito. 
Questo evento la strazia e la rende apatica. Rosa sognava una famiglia e un marito amorevole, finalmente era così vicina ad ottenere ciò che aveva sempre desiderato che la guerra glielo porta via. è la triste realtà che molte donne hanno dovuto affrontare e che molte di loro non sono riuscite a superare. 

Il conflitto di Rosa diventa anche nostro e ci coinvolge coi suoi sogni, i suoi sentimenti e i suoi pensieri tormentati. Lei non potrà essere più la stessa dopo questa guerra che ha distrutto i suoi sogni e che l'ha resa inevitabilmente, e inesorabilmente, una donna diversa. Una persona diversa.
Dovremmo anche immaginare quanto il fatto di essere delle donne in quell'epoca potesse essere svantaggioso con un regime dittatoriale e soldati senza scrupoli e violenti.
Penso che anche questo punto sia ben approfondito, possiamo osservare durante tutta la durata del romanzo una contrapposizione cruda tra "l'emisfero" femminile e quello maschile: mi ha fatto pensare a quanto adesso le donne siano più fortunate ad essere così emancipate e a godere di tanti diritti, tra cui quello di parola, il più importante a parer mio.

In sintesi, il romanzo rimane coerente fino alla fine con quando afferma durante tutta la narrazione, i pensieri e i problemi di Rosa non sono esposti unicamente per "dare effetto" al romanzo, anzi, tutte le vicende che vive la segnano profondamente e alla fine capiamo quanto siano state gravi queste ferite, ancora aperte, anche a incubo finito.
La nostra è una protagonista succube, che non riesce a trovare altra soluzione che chiudersi in sé stessa, davanti "ad un terreno" arido, che non l'accoglierebbe qualora lei volesse esternare il suo vissuto travagliato e le sue sofferenze.
Solo nel settembre 2014 l'ultima delle assaggiatrici di Hitler, Margot Wolk, ancora in vita rende pubblica la sua esperienza: muore poco dopo e quindi non sapremo mai la sua storia, tuttavia il suo silenzio, durato per tutta la sua vita, dovrebbe farci capire quanto questa esperienza possa essere stata traumatica per lei. Proprio per questo ho apprezzato molto l'introspezione di questo romanzo che si lascia, sì, trasportare da alcune vicende tipiche di un'opera romanzata appunto, ma che non diventa troppo "finto" e superficiale lasciandoci dell'amaro in bocca, come in un po' tutte, ammettiamo, le storie di guerra che ci capita di leggere o ascoltare.

VALUTAZIONE:



mercoledì 10 gennaio 2018

Recensione "L'incubo di Biancaneve"

Recensione "L'incubo di Biancaneve"

Autore: Scarlet Danae
Trama: Una ragazza sfortunata, usata dalla matrigna come schiava sessuale. Una misteriosa droga spacciata in delle mele. Un'overdose fatale e un viaggio in un mondo parallelo, infetto da un virus mortale e oppresso da sette streghe. Riuscirà Bianca a salvare il principe Darknight tenuto prigioniero nella città dei mercenari? Ma soprattutto, accetterà il suo destino come clone della rivoluzionaria Biancaneve?

Recensione: Prima di iniziare la recensione vorrei ringraziare l'autrice che mi ha inviato una copia del suo libro: per saperne di più sull'autrice e sui suoi libri vi lascio il link per il suo profilo Instagram.

Complessivamente il libro mi è piaciucchiato: ha un incipit non proprio brillante, ma fortunatamente il ritmo diventa più scorrevole dopo la prima metà quando la nostra protagonista, Bianca, viene catapultata in una realtà parallela alla sua e, a suo malgrado, sarà costretta a ricoprire il ruolo di Biancaneve. 
La costruzione del mondo distopico l'ho apprezzata, è alquanto originale, con un retaggio fiabesco ma abbastanza solido e, inoltre, le ambientazioni sono ben descritte, il che non è da tutti, quindi punto a favore. Essendo parte di una saga mi aspettavo che molte cose non venissero rivelate, infatti questo libro instilla tanti dubbi e questioni irrisolte di cui si vuole assolutamente venire a conoscenza.

Quindi, nonostante la "versione" della storia nella realtà di Bianca non mi sia per niente piaciuta (ho trovato abbastanza strano il fatto che Bianca non avesse provato a scappare dalla sua matrigna, la quale sembra quasi un oggetto di scena, avrei voluto che il ruolo dell'antagonista fosse più marcato), ho trovato la seconda parte ambientata nella realtà alternativa un po' rocambolesca ma sicuramente più fluida. 
Esprimendo un parere generale sulla trama e sull'originalità della storia, dico di esserne soddisfatta!

Per quanto riguarda i personaggi, devo ammettere di non essere mai stata un'amante delle protagoniste, infatti nemmeno questa volta mi sono trovata in sintonia con Bianca che, essendo sboccata e a volte inadatta, sicuramente non ha guadagnato la mia simpatia! Ma credo che questa sia tutta questione di gusti personali e delle mie personali emozioni, quindi non temete: potreste amarla quanto odiarla!
Cogito è il personaggio da cui mi aspettavo tutt'altro: essendo una macchina mi aspettavo che avesse un'"anima" più meccanica, però proseguendo con la narrazione ho apprezzato anche questo lato più "magico" della lettura, ma sarebbe bello approfondire la questione di Cogito e magari capire come l'abbia modificato Biancaneve, rendendolo un essere quasi senziente.

Lo stile invece non mi ha presa moltissimo: le descrizioni, come ho già detto, degli ambienti sono efficaci, tuttavia le descrizioni fisiche a volte lasciano a desiderare, credo che l'unico personaggio con una buonissima descrizione fisica sia Bianca, o anche il Lord della prigione. Tolti questi particolari, l'elemento che non mi ha convinta riguardo lo stile, sempre però semplice e scorrevole, è stata l'impostazione dei dialoghi: a volte erano forzati, alcuni, alla fine in particolare, potevano risultare infantili.

Concludo facendo il punto della situazione: ho trovato la storia originale, nonostante qualche pecca, magari anche recuperabile con i seguiti i quali, spero, spieghino tanti nodi irrisolti e, soprattutto, approfondiscano i personaggi secondari (che per ora sono stati abbastanza abbozzati) che meriterebbero qualche connotazione in più, ho trovato interessante una versione più "cruda" del retelling della fiaba di Biancaneve, chissà che però lo stile e il carattere di Bianca non possano cambiare col tempo!!

VALUTAZIONE:


domenica 24 dicembre 2017

Recensione film: Star Wars gli ultimi Jedi

Recensione film: Star Wars gli ultimi Jedi

Regista: Rian Johnson
Anno: 2017
Casa di produzione: Lucasfilm
Durata: 152 min
Genere: fantascienza, azione, avventura
Soggetto: originale
Interpreti:
  • Mark Hamill: Luke Skywalker
  • Carrie Fisher: Leia Organa
  • Adam Driver: Kylo Ren
  • Daisy Ridley: Rey
  • John Boyega: Finn
Musiche: John Williams

Trama: Rey, tenace capofila di una nuova generazione Jedi, è pronta a unirsi alla resistenza per contrastare le forze del sinistro Primo Ordine. Accanto a lei l'ex assaltatore Finn, il pilota Poe Dameron, l'aliena Maz Kanata e il Generale Leia Organa. Al servizio del lato oscuro, invece, con il volto sfregiato dall'ultimo scontro con Rey, c'è Kylo Ren, che si muove all'ombra della misteriosa figura del Leader supremo Snoke.

Recensione: Scrivere la recensione è davvero difficile oggi. Penso tutti sappiano cosa abbia scatenato questo ottavo capitolo della celebre saga di Star Wars: valanghe di recensioni negative da parte del pubblico contro le super entusiastiche della critica.

Devo essere sincera e dire che ero abbastanza scettica riguardo questa "bizzarra" situazione: parto col dire che a me, personalmente, il film è piaciuto, ha sicuramente le sue pecche però non mi ha profondamente delusa.
Di certo io non ho visto tante cose che, invece, fans molto più accaniti di me, hanno notato e non hanno per nulla apprezzato.
Tuttavia, incuriosita dall'enorme polverone che il film ha sollevato (oltre le critiche questo è un film campione di incassi, e che incassi, qualche dato lo trovate
nelle foto qui sui fianchi), sono andata a spulciare tra le recensioni del pubblico e ciò che ho trovato erano tante ma tante recensioni negative, tutte accumunate da elementi che i fan non hanno potuto ignorare e per i quali io sono d'accordo.
Giusto per farvi un'idea, ma soprattutto leggere dei pareri di qualcuno che se ne intende e che ha recensito degnamente il film, vi lascio il link alle recensioni di MyMovies: QUI.

Iniziamo con calma.
Best Movie
Partiamo col dire che il film è un bel film. Lo è indubbiamente, se non si considerano i precedenti (intendo i primi 6, se proprio vogliamo rispettare gli estimatori mi fermo ai primi 3).
Musiche, effetti speciali, costumi, perfetti. Come al solito. Tra le altre cose c'è stato un "ritorno alle origini" perché hanno pensato bene di reintrodurre gli animatronics, invece di usare le animazioni al computer tanto contestate nei prequel.

Ciò che non va bene è stato il processo che ha ridicolizzato la saga. Tiro un passetto indietro rispetto dalla versione super entusiastica di me appena uscita dalla sala: *potreste considerare spoiler quelli che seguono* Leia che usa la forza? Scena a dir poco ridicola, ho riso quando l'ho vista, potevano risparmiarsela. Luke con la scenetta alla Drago Ball che si toglie la polvere dalla spalla stile Avengers? Riso anche lì. Meglio se non parliamo del """"cattivo"""" Snoke. Mi verrebbe da dire:"e Palpatine che fa?! Ma Dart Fener dov'è?!". Quelli sì che erano dei cattivi, erano sconfitti solo dopo 6 maledettissimi film. SEI. Questo Snoke fa una comparsa, SEMBRA potente, ma NON LO è. Per niente. *fine spoiler*

Queste sono le cose che non mi sono piaciute e per le quali mi trovo pienamente d'accordo. Le cose su cui mi trovo in contrasto col resto dei fan però sono le stesse che lo salvano: Rey e Kylo Ren.
Ho apprezzato molto la caratterizzazione di questi due personaggi, (insieme a Finn, non dimentichiamoci di lui, è il mio preferito in assoluto) non penso che la storia di Rey necessitasse di un qualche "spiegone" o qualche scena particolare: rende molto di più l'idea delle sue origini, non c'è molto da dire dopotutto.
E poi, Rey è proprio colei che dà una svolta, una ragazza dalle origini umilissime che riscopre se stessa in una maniera che mai avrebbe potuto immaginare. Kylo Ren è un personaggio di cui dobbiamo scoprire ancora molto e che, spero, non deluda le aspettative. Altrimenti potrò uscire sdegnata dalla sala anch'io, ve lo posso assicurare.

Sì, probabilmente la Disney ha rovinato una celebre saga che probabilmente sarebbe stato meglio lasciare che i legittimi proprietari se ne occupassero.
La Disney non può pensare di adattare la stessa politica che ha adottato con la Marvel che, per fortuna, si è dimostrata vincente in questo particolare caso, nonostante comunque il quasi totale flop di Thor Ragnarok: non c'è bisogno di rendere ogni cosa una barzelletta per renderla godibile, soprattutto poi un personaggio come Thor.
Anche quel film, piacevolissimo, molto carino ma hanno rovinato il personaggio di Thor.

Ritornando alla saga di Star Wars: vi consiglio di andare a vederlo al cinema, è un buon film con le sue numerose pecche (non proprio trascurabili) e i suoi meravigliosi pregi (di cui bisogna comunque tener conto in una recensione onesta).

VALUTAZIONE:


domenica 17 dicembre 2017

Recensione "Il giovane Holden, J.D. Salinger"

Recensione "Il giovane Holde, J. D. Salinger"

Edizione: Einaudi, 2014
Note sull'autore: J. D. Salinger, all'anagrafe Jerome David Salinger (New York, 1º gennaio 1919  Cornish, 27 gennaio 2010), è stato uno scrittore statunitense.
È divenuto celebre per aver scritto Il giovane Holden (The Catcher in the Rye), romanzo di formazione che ha riscosso un'enorme popolarità fin dalla sua pubblicazione, nel 1951, per poi divenire un classico della letteratura americana.
I temi principali nei lavori di Salinger sono la descrizione dei pensieri e delle azioni di giovani disadattati, la capacità di redenzione che i bambini hanno su questi, e il disgusto per la società borghese e convenzionale. Salinger fu uno degli ispiratori del movimento letterario della Beat Generation, insieme ad altri autori.
Salinger partecipò poco più che ventenne alla seconda guerra mondiale e fu tra i primi soldati americani ad entrare in un lager nazista, esperienza che lo segnerà emotivamente. Nel 1953 lasciò la sua città, New York, andando a vivere a Cornish riducendo progressivamente i contatti umani fino a vivere praticamente da recluso a partire dal 1980, forse a causa della difficoltà ad adattarsi alle luci della ribalta.
Salinger era conosciuto per la sua natura schiva e riservata, e spesso venne descritto come un misantropo; nell'arco di cinquant'anni ha rilasciato pochissime interviste: ad esempio nel 1953 ad una studentessa per la pagina scolastica The Daily Eagle di Cornish, nel 1974 a The New York Times (la sua ultima intervista). Non effettuò apparizioni pubbliche, né pubblicò nulla di nuovo dal 1965 (anno in cui apparve sul New Yorker un ultimo racconto) fino alla morte, benché, secondo molte testimonianze, avesse continuato a scrivere.

Trama: Sono passati cinquant'anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua "infanzia schifa" e le "cose da matti che gli sono capitate sotto Natale", dal giorno in cui lasciò l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. Ma sono i suoi pensieri, il suo umore rabbioso, ad andare in scena. Perché è arrabbiato Holden? Poiché non lo si sa con precisione, ciascuno vi ha letto la propria rabbia, ha assunto il protagonista a "exemplum vitae", e ciò ne ha decretato l'immenso successo che dura tuttora. È fuor di dubbio, infatti, che Salinger abbia sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento, diventando un autore imprescindibile per la comprensione del nostro tempo. Holden come lo conosciamo noi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi "e tutto quanto", "e compagnia bella", "e quel che segue" per tradurre sempre e soltanto l'espressione "and all". Né chi lo ha letto potrebbe pensarlo denudato del suo slang fatto di "una cosa da lasciarti secco" o "la vecchia Phoebe". Uno dei libri del Novecento che tanto ha ancora da dire negli anni Duemila.

Recensione: Il giovane Holden non è sicuramente il libro che mi aspettavo, ma non mi ha assolutamente delusa. Leggendo un "classico americano" è normale non avere alte aspettative sullo stile perché una linea comune che hanno quasi tutti gli scrittori americani è la brevità, la concisione e l'incredibile attitudine a narrare in maniera coinvolgente.

Quindi parto parlando dello stile di questo libro che, nonostante non abbia deluso le mie solite "aspettative sugli autori americani", ho trovato troppo distante dalla narrazione classica: non mi è per niente piaciuto, ma è un gusto personale. L'uso del gergo parlato in un libro è una cosa che mi fa storcere abbondantemente il naso, però... C'è un però.
Nonostante ci siano espressioni come:"stramaledetto", "eccetera eccetera", "santiddio", "né niente", "una volta" (davvero troppissime volte) ho apprezzato la scelta dell'autore.

Questo libro è la mente del protagonista riportata su carta, durante la narrazione abbiamo delle piccole anticipazioni di ciò che verrà detto più esplicitamente nel finale, ma possiamo tranquillamente capire che il protagonista, Holden Cautfield, è affetto da una malattia: scopriremo che ha subito diversi traumi e ci sembrerà quasi normale che si comporti in una certa maniera e che pensi determinate cose.

Percepiamo il profondo disgusto dell'autore verso la figura del borghese medio, verso quelle persone che si dimostrano troppo poco sensibili verso gli altri o che ostentano ipocrisia: questa è la parola chiave, quella che caratterizza quasi tutte le persone che incontra Holden sulla sua strada.
A momenti ci resto secco. Poi lui e la vecchia Sally si sono messi a parlare di un sacco di conoscenze in comune. Uno dei dialoghi più ipocriti che abbiate mai sentito. Tutti e due che si sforzavano di farsi venire in mente il più in fretta possibile dei nomi di posti, poi qualcuno che ci vivesse, dopodiché giù a snocciolare il nome. Quand'è arrivato il momento di tornare a sedersi, ero a tanto così dal vomitare.
Questo è sicuramente uno dei temi che ho apprezzato di più dell'intero libro. Già in passato, mi era piaciuto molto Città di carta di John Green (qui la mia recensione) non tanto per la storia o i personaggi, quanto per il messaggio che lanciava (ma che non ha mai approfondito a pieno): ogni cosa è caduca, le persone danno troppa importanza a cose materiali o al lavoro per vivere sempre la stessa vita senza aspirare a qualcosa di più profondo, ci si accontenta di vivere in una piccola e squallida realtà di paese di provincia o di una grande città perché va bene così, perché tutti fanno così e pur di essere accettati dagli altri si accetta questo compromesso.

Holden, nonostante il suo rammarico e la sua tristezza profonda, è un personaggio che si rifiuta di vivere in questo cliché, vuole andare via da quella realtà meschina che lo vuole schiavo di un ingranaggio che lui non riesce a capire.
Holden preferirebbe che tutti fossero come sua sorella, la piccola "vecchia Phoebe" che è intelligente e diretta, l'unica che sembra far breccia nel cuore del protagonista: in effetti, chi può mai aver incontrato un bambino capace di essere ipocrita? 
Avrei messo la regola che nessuno poteva fare cose da ipocrita, quando veniva a trovarmi. Se solo uno provava a fare una cosa da ipocrita, doveva andarsene.
In sostanza, è un libro che a lettura finita mi ha lasciata molto perplessa, ma qualche giorno di riflessione mi hanno fatto apprezzare questo classico senza tempo, che ha sicuramente molto da insegnarci in questa che più di qualunque altra potrebbe essere l'era dell'ipocrisia.

 VALUTAZIONE:


lunedì 13 novembre 2017

Recensione "Coraline, Neil Gaiman"

Recensione "Coraline, Neil Gaiman"

Edizione: Mondadori, 2004
Note sull'autore: Neil Gaiman, nato in Inghilterra, vive negli Stati Uniti. Scrittore, fumettista, giornalista e
sceneggiatore televisivo e radiofonico è legato al mondo del rock.È autore di graphic novel come quelli della serie The Sandman.
Tra i romanzi pubblicati si ricorda American Gods, Stardust, Il figlio del cimitero e la raccolta di racconti Trigger Warning.
La sua opere più celebre è Coraline (edita in Italia da Mondadori nel 2003) da cui il film
d'animazione del 2009 diretto da Henry Selick (il regista di Nightmare Before Christmas) e realizzato in stop-motion.
Ha ricevuto numerosi premi letterari, tra i quali ricordiamo: Premio Bram Stoker al romanzo 2001 con American Gods, Premio Hugo per il miglior romanzo 2002 con American Gods, Premio Nebula e Premio Hugo per il miglior romanzo breve 2003 con Coraline, Premio Hugo per il miglior racconto breve 2004 con Uno studio in smeraldo, Premio Hugo per il miglior romanzo 2009 con The Graveyard Book, Carnegie Medal 2010 con The Graveyard Book.

Trama: In casa di Coraline ci sono tredici porte che permettono di entrare e uscire da stanze e corridoi. Ma ce n'è anche un'altra, la quattordicesima, che dà su un muro di mattoni. Cosa ci sarà oltre quella porta? Un giorno Coraline scopre che al di là della porta si apre un corridoio scuro, e alla fine del corridoio c'è una casa identica alla sua, con una donna identica a sua madre. O quasi.

Recensione: questa recensione sarebbe dovuta uscire per il giorno di Halloween, purtroppo però, gli impegni universitari mi hanno scombussolato i piani. L'opera di Gaiman è ormai conosciuta in tutto il mondo, rinomata per l'omonima opera cinematografica, che io trovo riuscitissima.
Infatti, mentre leggevo questo libro per bambini pensavo costantemente al cartone animato realizzato in Stopmotion e, soprattutto, a come mi piacesse di più rispetto al libro che stavo leggendo. è la prima volta che mi capita di pensare che un film ispirato ad un libro sia più bello del libro stesso.

Il film risulta più simpatico, con atmosfere sì cupe, ma molto colorate e belle da guardare. Su questo punto vorrei infatti soffermarmi maggiormente: il libro vince per le atmosfere, sono cupe e incutono paura, l'autore aveva in mente un prodotto che spaventasse con l'ambiguità dei dialoghi e dei personaggi, e in effetti ci è riuscito. La seconda metà del romanzo mi è piaciuta infinitamente di più rispetto alla prima che mi sembrava troppo affrettata: colpa forse di ciò che è in sè per sè il libro? Credo proprio di sì. Mentre il cartone, che parla tramite immagini, riesce a dare più informazioni in pochi frame, il libro pecca su questo: i personaggi mi sono sembrati molto più caratterizzati ed approfonditi nel cartone, il libro non riesce ad andare molto oltre.

Tuttavia, come ho già detto, la seconda metà del libro prende una profonda boccata d'aria e fa emergere il suo lato migliore: il personaggio dell'Altra Madre è leggermente più approfondito e l'incontro con l'Altro Padre è forse anche migliore del film. Un'altra pecca riguardo i personaggi è l'assenza di Wybie: era uno dei miei personaggi preferiti nel film (insieme al Gatto), lo trovavo molto interessante anche per il coinvolgimento della storia della sorella di sua nonna che era, lo si dice sin dall'inizio, scomparsa misteriosamente da piccola.

Insomma, tra alti e bassi il libro è ben scritto, ben costruito e soprattutto riuscito come romanzo dark: spesso alcuni romanzi finiscono nella categoria dark o thriller pur non facendo molta paura, invece questo, nonostante sia un romanzo per bambini riesce a far immergere il lettore in un'atmosfera inquietante. Consiglio la lettura a tutti gli amanti della letteratura per bambini, che ne apprezzano lo stile semplice ma pur sempre curato nei dettagli, essenziali per il genere di questa storia.

VALUTAZIONE:



Alla prossima!

mercoledì 18 ottobre 2017

Recensione film "Loving Vincent, Dorota Kobiela, Hugh Welchman"

Recensione film "Loving Vincent, Dorota Kobiela, Hugh Welchman"
Formato: Colore
Anno: 2017
Regista: Dorota Kobiela, Hugh Welchman
Casa di produzione: BreakThru Productions, Trademark Films
Durata: 94 minuti
Genere: animazione, biografico, giallo, drammatico
Soggetto: biografia dell'artista olandese Vincent van Gogh
Interpreti:
  • Robert Gulaczkyk: Vincent van Gogh
  • Douglas Booth: Armand Roulin
  • Eleanor Tomlinson: Adeline Ravoux
  • Jerome Flynn: Paul Gauchet
  • Saoirse Ronan: Marguerite Gauchet
Musiche: Clint Mansell

Trama: Nella Francia del 1891, il giovane Armand Roulin riceve dal padre postino l'incarico di recapitare una lettera a Theo van Gogh, fratello del pittore olandese che da poco si è tolto la vita. Armand si reca a Parigi, dove però non riesce a rintracciare Theo; intraprende dunque una ricerca che lo porta ad incontrare persone e luoghi fondamentali nella vita di Vincent van Gogh, scoprendone poco a poco la vita tormentata e la straordinaria opera che ha saputo produrre.


Recensione: sono sempre stata affascinata dalla figura di Vincent van Gogh e non appena la mia migliore amica ha proposto di andare al cinema per vedere questo film, ho accettato subito, vedendolo a scatola chiusa. A scatola chiusa perché non mi sarei mai aspettata questo format: m'immaginavo attori intenti ad interpretare le parti dei personaggi principali, davanti ad una cinepresa.
Effettivamente è stato così, se non fosse che tutti i fotogrammi sono stati trasformati in autentiche opere d'arte: il primo film ad essere letteralmente dipinto su tela. 
Si tratta del primo film interamente dipinto su tela, rielaborando oltre mille dipinti per un totale di più di 65 000 fotogrammi realizzati da 125 artisti provenienti da varie parti del mondo. Alcuni quadri sono stati riadattati modificandone il rapporto, aggiungendo parti, scambiando il giorno con la notte, il tempo meteorologico e le stagioni. La tecnica rotoscope è stata utilizzata per la maggior parte del film, girando 6 minuti di materiale di riferimento in 12 giorni. Il budget del film è stato di $ 5,5 milioni, finanziato in parte con una campagna su Kickstarter. 
 -Wikipedia 
Questo film è un olio su tela che rispecchia perfettamente l'idea di dipinto che aveva il defunto Van Gogh: le figure non sono macchie di colore che si sfumano tra di loro formando una ben distinta figura, no, sono striscione di colore piccolissime, ognuna di un colore diverso (e che colore!) che vanno a creare un contrasto fortissimo tra loro, che immerge chi guarda in una dimensione magica e vibrante.

Dopotutto considererei lo stile del pittore olandese come lo "specchio" della sua anima: disgregata, tormentata e oscillante tra momenti di gioia e altri di cupa depressione. 
è proprio intorno a questo concetto che tutto il film gira quando ripercorre il suo l'ultimo periodo di vita: il protagonista, Armand Roulin, figlio di un amico di Vincent, intraprende un viaggio alla ricerca del fratello del pittore per consegnarli la sua ultima lettera. 
Purtroppo Theo van Gogh è morto per il dolore della perdita, così si trova costretto a dirigersi sino a 
Auvers-sur-Oise, un piccolo villaggio che invoglia la sua vena artistica: ed è proprio qui che dipingerà i suoi quadri più famosi.

Il racconto drammatico scivola lentamente in un misterioso giallo che si risolve con la testimonianza del fidato dottore del pittore: Paul Gauchet si assume la colpa di averlo invogliato al suicidio, ma quanto le sue parole hanno potuto pesare su di un uomo già depresso e, da tempo, instabile?
Non molto, direi io, visto che la depressione è una malattia che "ristagna" nell'animo di chi la ospita e un minimo di vento gelido può risvegliarla, portando a pensare che non ci sia più una via d'uscita.

Steven Naifeh e Gregory White Smith sono coloro che hanno avanzato l'ipotesi, nel loro libro:"Van Gogh: The Life"che la morte di Van Gogh non sia stato un suicidio, bensì che sia stato ucciso in circostanze che neanche loro hanno saputo certificare con esattezza: resta il fatto che l'analisi del film è ben strutturata e non lascia spazio a inutili pettegolezzi o notizie errate.

A rendere tutto ancora più suggestivo ci sono state le musiche che hanno ripreso, a mio parere, perfettamente le emozioni che permeano dallo schermo, mi è sembrato in prima persona di sentire l'angoscia e la tristezza dei fatti. 

Unica pecca: il costo del biglietto. Anche se, dalla grande quantità di gente in sala, direi non ha scoraggiato gli amanti dell'arte o anche, i semplici curiosi o amanti di cinema!




Alla prossima!

mercoledì 11 ottobre 2017

TBR #2

TBR #2

Pensavo ad un post veloce e simpatico da proporvi, e come non assecondare le mie pulsioni consumistiche facendovi vedere i miei acquisti libreschi ancora per nulla portati a termine con la lettura?
Che sto dicendo, magari non ancora finiti, ancora nemmeno iniziati!!
Oggi vi propongo solo 3 titoli, ma, fidatevi, sono veramente tanti quelli che ci sono all'orizzonte!


Parto da sotto:

  • New York Stories, a cura di Paolo Cognetti: questo libro è nella mia TBR da più di un anno, sicuramente, non capisco ancora che aspetto per leggerlo. è una raccolta di racconti che si prospetta favolosa, sto cominciando a pensare di avere una sorta di ossessione per le raccolte di racconti. Anche per sbaglio le compro! Ma non è stato questo il caso! L'ho avuto come regalo a Natale perché i miei parenti sanno bene della mia passione per New York e questo libro coniuga due tra i miei più grandi interessi!
TRAMA: A chi la attraversa con occhi attenti, New York racconta la storia di un secolo preciso, il Novecento: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera gli anni ruggenti, gli anni ribelli, gli anni dell'opulenza, e finisce una mattina di inizio millennio, il giorno del 2001 in cui qualcuno ha immaginato di poter distruggere New York. Ma una città non è fatta solo di luoghi: sono le persone con i loro sentimenti, le loro relazioni e desideri, a darle la sua anima. E New York - lo dice Fitzgerald nel racconto che apre questa raccolta - non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Come la vecchia Mary del racconto di Nicholasa Mohr (tradotto per la prima volta in Italia), che ha lasciato un figlio a Portorico con l'intenzione di tornare a riprenderselo dopo aver fatto fortuna; come gli emigranti descritti da Mario Soldati che durante la traversata immaginano così il loro approdo: «fauci aperte, immane leviatano, a triturare senza pietà chiunque non sapesse l'inglese». I personaggi indimenticabili di queste storie - la bella bionda di Dorothy Parker, quello spilungone di Jelly che gareggia a colpi di rime in strada per rimediare un pranzo, o Pier Paolo Pasolini, in pantaloni di velluto e scarpe di camoscio, che si aggira da solo per le zone più cupe del porto - compongono il frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, dichiarazioni d'amore che sono la musica di New York. «Un luogo dove nascondersi, dove perdersi o ritrovarsi, dove fare un sogno in cui si abbia la prova che forse, dopo tutto, non si è un brutto anatroccolo, ma si è meravigliosi, degni di amore», come scrive Truman Capote. Paolo Cognetti da anni esplora le strade e le storie della Grande Mela, e ci regala con quest'antologia una bussola letteraria preziosa e originale per il nostro personalissimo viaggio.


  • Delitto e castigo, Fyodor Dostoyevsky: beh, non che ci siano da elencare i motivi per il quale l'ho comprato: ho letto per primo "Notti bianche" dello stesso autore e me ne sono innamorata. "Notti bianche" è uno dei libri più importanti della mia vita, in un libro minuscolo Dostoyevsky è riuscito a darmi tutto quello che una caterva di altri libri non sono mai stati capaci di darmi e o trasmettermi.
TRAMA: "È il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall'Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell'aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura..."



  • Lo scheletro che balla, Jeffery Deaver: dopo aver letto il primo di questa saga ho rivalutato tantissimo i gialli che fino ad allora erano un genere da me mai letto. Il primo libro è stata una lettura sorprendente (QUI la mia recensione), l'ho adorato, è entrato tra i miei libri preferiti di sempre in un battibaleno. Se non avete mai sentito parlare di questo autore, per favore, dategli una possibilità, anche se non siete molto affini al genere, non ve ne pentirete.
TRAMA: Ex detective dalla mente raffinatissima ma costretto su una sedia a rotelle, Lincoln Rhyme sta inseguendo un ingegnoso serial killer capace di trasformarsi con abilità camaleontica a mano a mano che uccide le sue vittime. Una sola di esse è vissuta abbastanza a lungo per offrire un indizio agli inquirenti: il tatuaggio dipinto sul braccio dell'assassino, che mostra uno scheletro nell'atto di ballare con una donna di fronte a una bara. Rhyme ha soltanto quarantott'ore prima che il diabolico criminale colpisca di nuovo, ma almeno può contare ancora sulla bella Amelia, l'instancabile poliziotta che sostituisce le sue braccia e le sue gambe inferme.

Alla prossima!